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Si parva licet componere magnis
Abbiamo lasciato Dante il primo gennaio 1943, in attesa di rientrare a casa, dopo un anno e mezzo, per la sospirata licenza. Il suo racconto finisce lì, ma non la sua storia, che sarà, se possibile, ancora peggiore di quella che ci ha sinora raccontato.
Il diario del tenente Quaglino ci consente però, da quella data, di seguire da vicino le sue vicende attraverso la narrazione di quelle che hanno visto coinvolto il suo battaglione (XXVI), fino ai drammatici giorni dell’Armistizio.
Dante rientra dalla licenza il giorno 17 febbraio, ma, quasi sicuramente prima di aggregarsi al suo reparto impegnato in combattimento, il giorno 20 viene ricoverato in ospedale per malattia e ne sarà dimesso il successivo giorno 27. Ciò gli consentirà di evitare i sanguinosi scontri di quei giorni, descritti nel diario di Quaglino, che vedranno tra le vittime l’amico Pissinis, della cui morte Dante apprenderà al rientro dall’ospedale.
Le operazioni del XXVI battaglione nel 1943 – Gli ultimi mesi della campagna in Balcania
A metà gennaio del 1943 il colonnello Verdi rientra dalla licenza a Dernis e riassume il comando del reggimento.
Ma, col suo arrivo, giunge anche un ordine di movimento per i bersaglieri della compagnia comando reggimentale e del XXVI battaglione, i quali sono nuovamente destinati ad effettuare operazioni di rastrellamento, di rinforzo e di difesa di nostri presidi, attaccati questi in modo sempre più incalzante dalle forze partigiane, rese baldanzose dallo sfavorevole corso degli eventi bellici per le nostre armi.
Il 17 gennaio il comando di reggimento ed i reparti anzidetti si mettono quindi in movimento, raggiungendo in serata la località di Knin, ove pernottano. Il giorno seguente si riprendono i movimenti di trasferimento con destinazione Gracac. L’arrivo dei bersaglieri trova il paese piuttosto malconcio, con cadaveri di partigiani, di cetnici e di civili (anche donne), sparsi per le vie e nelle case, ed ancora insepolti.
Si apprende che un giorno o due prima vi era stato un avvicendamento nel presidio di Gracac, tra reparti di fanteria e CC. NN., durante il quale i partigiani, evidentemente al corrente del fatto, avevano approfittato del temporaneo allentamento nell’apparato difensivo, inevitabile in simili circostanze, dovuto al sia pur breve disorientamento dei reparti in arrivo che ancora non conoscono bene la situazione che troveranno e quelli che stanno per lasciare le posizioni occupate, per attuare un attacco in forze al paese. La reazione immediata dei cetnici aveva provocato quindi aspri combattimenti, con numerosi morti e feriti da ambo le parti.
I bersaglieri ristabiliscono la situazione e rimangono a presidio di Gracac, senza essere molestati, sino al 21 gennaio, quando il XXVI battaglione riceve l’ordine di occupare quota 616, un colle ad una dozzina di chilometri di distanza, con in cima gruppi sparsi di case e zone di bosco, da dove è facile aspettarsi pericoli ed insidie. Infatti, appena raggiunta la quota stabilita, i bersaglieri vengono fatti oggetto di un concentramento di fuoco, proveniente da più parti.
Il battaglione, organizzatosi subito a difesa, stacca immediatamente la 3a e la 4a compagnia (tenenti Guida e Foresio) col compito di fronteggiare e controbattere in punti diversi l’attacco avversario, mentre un’altra compagnia (tenente Arduino) rimane in quota insieme al posto di medicazione, apprestato celermente in una casa.
Purtroppo, infiltrazioni di forti nuclei di partigiani riescono tosto a circondare, isolandoli dagli altri, questi ultimi reparti, i quali con fatica cercano di contenere e controbattere il fuoco nemico, ormai vicinissimo e proveniente anche dalle case circostanti. Poiché la posizione di questi bersaglieri si sta aggravando, il tenente medico Ligorio prende l’iniziativa di render noto, via radio, al comando di reggimento (che è rimasto a Gracac), la situazione critica in cui si trovano i reparti, e richiedendo rinforzi per sbloccare il sanguinoso accerchiamento. L’intervento assai sollecito di un gruppo di carri armati leggeri riesce alla fine ad allentare e ad allontanare la pressione nemica, che pur tuttavia ha causato complessivamente al battaglione la perdita di due morti e quindici feriti.
Respinti così tutti gli attacchi, il XXVI battaglione rimane in sito sino alla mattina del 23 gennaio, quando un altro ordine di movimento fa impegnare nuovamente in combattimento i reparti per la conquista di un’altra collina, sempre oltre Gracac, occupata tenacemente dai partigiani. Dalle ore 10 del mattino alle 16 del pomeriggio durano i continui incalzanti assalti per raggiungere la quota 734, con combattimenti particolarmente aspri, dato che i bersaglieri si trovano in posizione di svantaggio dovendo attaccare dal basso verso l’alto. Fra i feriti di questa giornata, uno risulta molto grave: è il sottotenente Cavalli che, smistato subito all’ospedale da campo più vicino, morirà entro lo stesso giorno.
Merita qui ricordare che questo giovane ufficiale, già ferito in precedente combattimento e dimesso dall’ospedale, aveva poche settimane prima rinunciato alla licenza cui aveva diritto per tornare al reparto fra i suoi bersaglieri.
Intanto, raggiunta la quota 734, i reparti del XXVI battaglione si apprestano a pernottare, naturalmente all’addiaccio, fra la neve ed il gelo. La sosta però ha breve durata, poiché nel cuor della notte un colpo di mano riaccende i combattimenti su tutta la quota. La reazione dei bersaglieri è immediata e violenta, ma viene pagata con nuovo tributo di sangue: due morti e tre feriti.
La giornata del 24, iniziata così sanguinosamente, trova i bersaglieri pronti ad un altro movimento in avanti. Verso sera, infatti, da quota 734, i reparti si mettono in marcia verso le alture di Bruvno, tentando di raggiungere anche la località di Malinolovici. La notte sopraggiunta ed il percorso attraverso i boschi inducono il comando a far sospendere l’operazione e ad ordinare il rientro a quota 750 di Bruvno. Da questa quota, ove i bersaglieri sosteranno alcuni giorni, vengono effettuate varie azioni di rastrellamento e puntate su posizioni circostanti, validamente presidiate da forti nuclei nemici. Queste azioni si sviluppano in modo violento e sanguinoso, ma gli attacchi avversari, sempre improvvisi e condotti con grande decisione, incontrano subito l’immediata reazione dei nostri reparti, che strenuamente contrattaccano e respingono il nemico.
Particolarmente aspra e contrastata è l’azione del 26 gennaio per la conquista di quota 926 di Bruvno, ove i bersaglieri della compagnia comando reggimentale sono impegnati in duri combattimenti, durante i quali dimostreranno tutto il loro slancio offensivo ed il loro ardimento, tanto che a sera ben 11 feriti e 3 dispersi rappresentano il triste bilancio di questa giornata.
Il 28 gennaio altro spostamento: la nuova località da raggiungere è Mazin, un villaggio situato in una valletta con ai lati e sul davanti, sulle alture circostanti, ampie distese di boschi, ora coperti di neve e pieni di insidie, boschi che dovranno fra breve essere attraversati per proseguire il trasferimento sino alla località di Kulen-Vacuf.
Per tre giorni i bersaglieri rimangono a Mazin, per prepararsi alla successiva azione di rastrellamento. Anche il comando operativo del reggimento raggiunge Mazin, per essere a contatto diretto con la compagnia comando reggimentale ed il XXVI battaglione.
Il 2 febbraio, alcuni reparti del battaglione, portatisi sulle alture a sinistra di Mazin, ai margini del bosco, giunti in prossimità delle case di Bajci a quota 980, vengono attaccati da forze nemiche, naturalmente nascoste fra gli alberi e ben dissimulate fra la neve. Questo primo assaggio delle possibilità di attraversare la zona boschiva termina con il ferimento di ben 8 bersaglieri, fra cui il tenente Campigli.
Dopo un’altra puntata a Bajci, effettuata l’8 febbraio, i reparti si apprestano ad affrontare il proseguimento dell’azione offensiva, predisponendo, data la presenza continua di importanti forze nemiche, tutte le misure di sicurezza per favorire la marcia. Le alture sopra e attorno a Mazin, sempre ai margini del bosco, a quota 1064, vengono occupate da reparti del XXVI battaglione che, dall’alto, assicurano intanto una linea di protezione per i reparti rimasti in basso nel paese.
L’11 febbraio ha inizio l’azione vera e propria. Il XXVI battaglione comincia a muoversi da Bajci, quando subito deve accorrere a quota 1064 di rincalzo ai bersaglieri del battaglione “Zara”, che già sono stati attaccati e sono impegnati in duri combattimenti. Poiché all’indomani si dovrà proseguire il trasferimento attraverso i boschi, si pernotta in sito, sistemandosi all’addiaccio in mezzo alla neve.
Al mattino si effettua un altro tentativo di avvicinarsi ulteriormente a questi boschi, che presentano così tante possibilità di difesa e di attacco per chi vi è dentro, e così tanti mortali pericoli per chi deve andare loro incontro attraverso una zona completamente priva di vegetazione, essendo in tal modo facile bersaglio per i cecchini avversari. Tuttavia, i bersaglieri, che oggi hanno anche l’appoggio di un piccolo pezzo d’artiglieria, dopo reiterati combattimenti riescono ad occupare la quota 1132, lasciando però sul campo, in questa giornata, ben 4 morti e 24 feriti, fra i quali il tenente Arduino ed il tenente Chioino. La notte, poi, che trova i reparti nuovamente all’addiaccio nella neve, non concede né riposo né tranquillità. Alle due, nel pieno delle tenebre, la 1a compagnia è messa in allarme per un improvviso attacco nemico, che purtroppo causa la morte di 2 bersaglieri ed il ferimento di un terzo. Questi è un sergente che, pur avendo la mascella spezzata, trova la forza di raggiungere in piedi, pur barcollante e sanguinante, il comando di battaglione, farfugliando imprecazioni e chiedendo di essere avviato al posto di medicazione. Alle sei del mattino (siamo al giorno 13) il XXVI battaglione e la compagnia comando reggimentale riprendono la marcia e questa volta riescono ad attraversare il bosco senza essere attaccati, giungendo a sera al di là, alla località di Lapac.
All’indomani, la colonna, continuando il trasferimento, giunge nella tarda mattinata a Kulen-Vacuf, ove si incontra con alcuni reparti tedeschi, anch’essi operanti nella zona. Anche qui, però, la sosta è di breve durata, poiché alle venti viene dato nuovamente un ordine di movimento: i bersaglieri, che si stanno apprestando al pernottamento, devono accorrere subito in soccorso ad un battaglione di fanteria, impegnato in duri combattimenti con forze nemiche ed in situazione piuttosto pericolosa. Data l’urgenza dell’intervento, e poiché per raggiungere il reparto accerchiato occorre attraversare ancora una volta una zona boscosa, il colonnello Verdi ordina che i reparti si mettano in marcia col solo armamento leggero, lasciando tutto il resto del materiale sul posto, in consegna alla 1a compagnia del tenente Vatteroni, la quale rimarrà in sito di presidio. La notte e la neve rendono molto difficile la marcia nel bosco: i bersaglieri camminano nel buio tenendosi, se così si può dire, a vista d’occhio, per rimanere uniti e pronti ad ogni evenienza. Alle ore 2,30 del 15 febbraio si prende contatto con la fanteria e ci si attesta in quota a ridosso delle sue posizioni fino all’alba. Tuttavia, l’azione si conclude positivamente e la situazione viene sbloccata.
Perdite tra i fanti, ma nessuna fra i bersaglieri, i quali, senza alcun riposo, riprendono il cammino di ritorno rientrando a Kulen-Vacuf. Per quanto stanchi ed affaticati da questi continui spostamenti di giorno e di notte, i bersaglieri sono sempre pronti all’azione: infatti nella stessa mattinata del giorno 15 arriva al comando l’ordine di un ulteriore Trasferimento di tutta la colonna del gruppo bersaglieri: comando di reggimento, compagnia comando reggimentale, XXVI battaglione, muli e salmerie al seguito, gruppo di carri armati leggeri di appoggio. Oggetto del movimento: rientro a Mazin attraverso la località di Lapac (Gori e Dornie Lapac), che i bersaglieri già ben conoscono. La strada da Kulen-Vacuf a Lapac, che solo il giorno prima era stata percorsa con relativa tranquillità, diventerà oggi una trappola micidiale per la colonna in marcia. Essa si snoda incassata nella valle con ampie zone boscose sulle pendici laterali. Un monticello ad un certo punto sembra sbarrare la vallata, e la strada deve aggirarlo, impedendo la vista al di là del colle. È un luogo ideale per chi voglia preparare un’imboscata e attaccare dall’alto chi transita in fondo valle. Ad evitare questa evenienza, pattuglie di bersaglieri vengono inviate in alto sui margini dei fianchi della valle, col compito di avanscoperta e protezione alla colonna che, al completo, si è messa in marcia alle ore 13. Ma, purtroppo, l’accorgimento non risulta efficace poiché i partigiani, lasciate sfilare le pattuglie, alle 15 attaccano improvvisamente e duramente la colonna in marcia. Anche dal monticello, che ora i bersaglieri hanno di fronte, viene aperto un nutrito fuoco di sbarramento, che concorre ad aumentare la drammaticità della situazione e le perdite di vite umane, nonché dei quadrupedi al seguito, così preziosi in questi spostamenti in zone montagnose.
Per far fronte a questo attacco concentrico da più parti, viene dato l’ordine di lasciare sulla strada le salmerie ed attaccare con tutti gli uomini il monticello, onde trovarsi in posizione di maggior difesa. È ormai sera quando, a prezzo di altre perdite, la cima del monticello viene raggiunta, ricacciando le forze nemiche che l’occupavano. I bersaglieri si attestano così in quota per trascorrere la notte alla meglio, dato che buona parte delle salmerie sono state catturate o distrutte, ma gli attacchi dei partigiani sono incessanti, facilitati anche dal fatto della loro conoscenza dei luoghi ed anche dalla particolarità delle loro calzature che, essendo più che altro babbucce di pelle di capra, permettono loro di muoversi ed avvicinarsi senza il minimo rumore. I bersaglieri, pur nelle tenebre della notte, contrattaccano furiosamente, anche se i morti ed i feriti aumentano di numero.
Fra i feriti gravi vi è anche il tenente Guida che, quando all’alba si tenta di farlo trasportare via su una barella, si preoccupa insistentemente non di sé stesso, ma della sorte del suo piumetto, che vuole con sé.
Con le prime luci dell’alba, è il 16 febbraio, gli attacchi nemici si affievoliscono ed i reparti dei bersaglieri si riorganizzano per riprendere il cammino. Nel tardo pomeriggio, mentre la neve cade incessantemente, si raggiunge finalmente Lapac, da dove la marcia dovrebbe proseguire subito per rientrare a Mazin.
Però, l’abbondante nevicata, che ostacola i movimenti delle truppe, consiglia di rimandare lo spostamento. Ma all’alba del giorno 18 i bersaglieri sono pronti a riprendere il trasferimento. Il tratto da percorrere si presenta come una strada di montagna, a tornanti, passante come il solito attraverso zone di folto bosco. Ma dallo stesso percorso, fatto pochi giorni prima in ben altre condizioni, non ci dovrebbero questa volta venire sorprese pericolose, poiché sono state date ripetute assicurazioni che questi boschi sono sgombri da forze nemiche e tenute sotto controllo da truppe italiane, fanteria e CC. NN. La colonna di marcia è costituita, oltre che dalle varie compagnie di bersaglieri, anche dal gruppo dei carri armati leggeri, da alcuni autocarri, da poche salmerie (quelle che sono rimaste dopo l’attacco del giorno 15). Preceduto dai carri armati, marcia in testa un plotone del XXVI battaglione, al comando del tenente Boffano. Sulla torretta di un carro armato sta seduto, forse imprudentemente, il tenente Svircic. Questa azione di trasferimento, che dovrebbe svolgersi con tranquillità e sicurezza, viene improvvisamente troncata da una realtà ben più terribile. La colonna ha appena cominciato a snodarsi lungo la strada a tornanti, quando viene inaspettatamente attaccata da più parti da notevoli forze nemiche in agguato. I bersaglieri contrattaccano energicamente il fuoco avversario, ma non possono impedire, data anche la lunghezza della colonna, che questa venga spezzata in due tronconi, con minaccia di accerchiamento per entrambe le parti.
Fra le perdite di questo primo attacco vi è il tenente Svircic, colpito a morte sul carro armato dove stava seduto. La parte di testa della colonna, costituita dai carri armati, dal comando di reggimento (colonnello Verdi, aiutante maggiore in 1°, dirigente il servizio sanitario), dal reparto del tenente Boffano e da parte dei reparti della compagnia comando reggimentale e del XXVI battaglione, cerca di difendersi dall’attacco tentando di proseguire la strada nel bosco, ove per arginare l’accerchiamento costituisce una specie di caposaldo. Per più giorni questi reparti dovranno difendersi da altri attacchi di forze partigiane, che causeranno altre perdite in morti e feriti (sarà ferito anche il colonnello Verdi ed il capitano medico Vigliani), prima di poter ricevere soccorsi e poter raggiungere così la destinazione di Mazin.
La parte restante della colonna, cioè il troncone di coda comprendente il comando di battaglione, l’infermeria, parte della compagnia comando reggimentale e del XXVI battaglione, pur combattendo aspramente, si trova nella impossibilità di proseguire e ricongiungersi colla testa che si sta allontanando. Poiché il fuoco avversario è sempre più incalzante e numerose sono già le nostre perdite, il comando di battaglione dà ordine a questi reparti di ripiegare nuovamente su Lapac, dove, al riparo delle case, ci si può difendere meglio e riorganizzarsi, in attesa di poter riprendere il cammino verso Mazin. Ed è in questa fase di ripiegamento che il tenente Zamarioli, colpito da una fucilata al cinturone ove teneva appese le bombe a mano, muore squarciato dallo scoppio di quest’ultime.
In Lapac, i bersaglieri rimangono asserragliati tutto il giorno seguente, 19 febbraio, sempre circondati da forze avversarie che, con uno stillicidio di piccoli e micidiali attacchi, tengono continuamente in allarme i reparti. Non vi è neanche collegamento fra i bersaglieri a Lapac e quelli allontanatisi nel bosco, di cui pertanto si ignora la sorte. Non c’è neanche modo di uscire per recuperare le salme dei caduti, alcune delle quali, come quella del tenente Svircic, non verranno successivamente nemmeno più trovate. Intanto, in attesa di rinforzi, si cerca di organizzare una difesa efficace e soprattutto di curare i numerosi feriti, circa una ottantina, il cui numero dimostra chiaramente l’asprezza degli attacchi sostenuti. Un breve bombardamento di mortai, in serata, aggiungerà altri feriti a quelli che già affollano il posto di medicazione del battaglione.
Trascorre un’altra giornata piena di pericoli e di emozioni, prima che ai reparti in Lapac giungano finalmente notizie dell’arrivo di rinforzi con forze italiane e tedesche. Un aeroplano fa la sua apparizione per lanciare viveri e materiali, anche se una parte di essi cade in mano ai partigiani. Si hanno pure notizie dei bersaglieri del primo troncone, ormai liberati dall’accerchiamento, e delle perdite da loro subite. Ristabilita così la situazione, si apprende con sollievo l’ordine di ripresa del trasferimento a Mazin, con nuova assicurazione che la zona boscosa da attraversare è finalmente libera dalle forze nemiche e presidiata da reparti italiani. Occorre pertanto predisporre il movimento non solo degli uomini validi, ma soprattutto dei numerosi feriti che devono essere portati al seguito. Non avendo altre possibilità, il comando di battaglione decide di approntare delle barelle di fortuna, destinando due bersaglieri come portaferiti ed un terzo con il compito di portare le armi di tutti e quattro. Il che significa che per ogni ferito sono impegnati tre uomini validi, impossibilitati quindi a fronteggiare un eventuale attacco, salvo abbandonare il ferito. Ma, considerando le assicurazioni ricevute, della piena sicurezza, cioè dell’attraversamento del bosco, si tenta questo accorgimento.
L’indomani mattina, 21 febbraio, la dolorosa colonna dei feriti, preceduti dai reparti ancora efficienti, si rimette in marcia, affrontando i tornanti che portano al bosco. Fra i bersaglieri che si mettono in cammino vi è anche il sottotenente Belcastro, che nei combattimenti dei giorni precedenti aveva riportato una grave ferita perforante al torace. Pur considerando la gravità del suo stato, ma per non tenere impegnati tre bersaglieri al suo indispensabile trasporto in barella, egli si è fatto rivestire e coprire alla meglio, cercando di rimettersi in piedi e di seguire la colonna in marcia. Pur appoggiandosi di tanto in tanto a qualche commilitone, con grande forza di volontà e sforzo fisico, affronterà così il trasferimento sempre a piedi e tutti gli imprevisti ed i pericoli che ancora si presenteranno fino al ricongiungimento con il resto del battaglione.
Abbiamo detto imprevisti e pericoli poiché, per una tragica fatalità, appena la colonna affronta i primi tornanti, ancora una volta è sorpresa da un attacco nemico. Per fronteggiare sufficientemente questo inaspettato attacco, non rimane che impiegare tutti gli uomini disponibili, compresi anche i portaferiti. Il combattimento è lungo e duro, nuove perdite si aggiungono a quelle dei giorni precedenti: l’attacco viene però respinto e la marcia riprende. E alla sera, mentre i bersaglieri devono affrontare un ennesimo attacco, un nucleo di altri bersaglieri guidati dal tenente Boffano e appartenenti quindi al troncone di testa della colonna, giunge di rinforzo, liberando i reparti da ogni altro impedimento e portandoli finalmente fuori dal bosco. L’indomani l’azione ha termine col rientro a Mazin e col ricongiungimento con gli altri reparti della compagnia comando reggimentale e del XXVI battaglione e col comando di reggimento
Dopo l’azione militare di Gori Lapac, la compagnia comando reggimentale ed il XXVI battaglione tornano a Traù, ove 1’11 aprile si ricongiungono agli altri due battaglioni, che sino ad ora avevano sempre operato separatamente. È la prima volta, si può dire, che dopo due anni il reggimento si trova nuovamente riunito quasi al completo, anche se ciò durerà ancora solo per breve tempo. In Traù il comando di reggimento si installa nel locale municipio ove, nel pomeriggio del 25 aprile, giorno di Pasqua, scoppia improvvisamente un incendio.
[…]
Le successive vicende dei reparti del reggimento non avranno d’ora in avanti più particolare interesse dal lato militare.
Come già altre volte accennato, si cerca in tutti i modi di mantenere i presidi dislocati lungo la costa in modo da permettere i collegamenti con l’Italia, mentre le forze ribelli si fanno sempre più pericolose e combattive. Le notizie dai vari fronti, ove il nostro soldato continua a compiere strenuamente il proprio dovere verso la patria, sono sempre più disastrose e sconfortanti. Si sente avanzare il peggio, ma occorre nello stesso tempo non lasciarsi prendere dallo scoramento. Ufficiali e bersaglieri avvertono questa atmosfera di tensione che aleggia attorno. Si raddoppiano le misure di sicurezza perché si sa che il nemico è pronto a sferrare il suo attacco appena avrà la possibilità di farlo a colpo sicuro, come sempre.
Intanto, il 25 maggio, il comando di reggimento e la compagnia comando reggimentale tornano a Spalato, insieme stavolta al XXXI battaglione. Nel frattempo, il XXIX è staccato a Sebenico ed il XXVI a Pergomet. La compagnia motociclisti rimane a Traù. Pochi giorni dopo ancora uno spostamento: andiamo a Salona, piccolo paese a 6 km da Spalato, importante dal lato archeologico per le vestigia della dominazione romana che ancora vi si trovano.
A Salona trascorriamo i lunghi trepidanti mesi di questa tragica estate del 1943, con ogni giorno maggiori difficoltà a reagire allo sconforto ed all’avvilimento. Gli eserciti alleati anglo-americani sono sbarcati in Italia e iniziano la loro missione liberatrice, che è pur sempre per noi una invasione sul suolo della nostra patria. Il 25 luglio cade il fascismo ed allo scoramento per la situazione militare si aggiunge la confusione degli animi e delle idee. Ma ormai è questione di poco. Ai primi di settembre avviene l’ultimo spostamento per due battaglioni: il XXVI lascia Pergomet e si trasferisce a Sebenico, mentre il XXIX prende il posto del XXVI a Pergomet.
Il pomeriggio dell’8 settembre, una notizia si diffonde rapida fra i nostri reparti a Salona, appresa con ansia e sbigottimento, ma anche in certo senso con sollievo: l’Italia ha chiesto l’armistizio alle forze anglo-americane. Negli accampamenti qualche bersagliere canta “Bandiera rossa”, ma è una voce stonata che subito viene fatta tacere. La tragica realtà è ora per noi questa: che ne sarà di noi, così lontani dall’Italia? Che ne sarà delle nostre famiglie, degli altri stessi reparti del reggimento dislocati altrove?
Mah! Ora siamo soli col nostro destino.
Nei primi giorni di settembre il XXVI battaglione di Dante ottenne un desiderato avvicendamento, lasciando il caposaldo-pietraia di Pergomet per trasferirsi a Sebenico, sostituito dal XXIX. Questo avvicendamento sarà dopo qualche giorno decisivo nel determinare la ben diversa sorte dei due battaglioni, ma non quella dello sfortunato Scalone.